Nonostante abbia
passato la maggior parte della mia infanzia in
un giardino bellissimo nella casa dei nonni, fino
ad una certa età non ho apprezzato con
il dovuto rispetto il mondo delle piante, in pratica
non mi sono accorto della loro esistenza.
E’ vero che ti accorgi dell’importanza
di quel che hai quando ti manca, soprattutto da
bambino. Infatti, solo quando, crescendo in città,
iniziai a frequentare meno quel giardino, sviluppai
un attaccamento al mondo delle piante che definirei
ancestrale.
Iniziando a conoscerle, studiarle, curarle sentivo
la vita che pulsava in loro e per riflesso la
sentivo dentro di me, e questo mi faceva stare
bene,
Essendo abituato a vedere piante secolari il mio
interessamento si è rivolse inizialmente
verso quelle piantine che più rispettavano
queste caratteristiche: i Bonsai.
Vivendo in città erano le uniche piante
che potevano unire il classico ciclo annuale alla
maestosità del portamento del tronco o
addirittura dell’impalcatura dei rami. Ovviamente
non potevo permettermi esemplari importanti, però
cercavo di cavarmela con piante particolari che
mi ricordassero quel giardino, era molto difficile
e un bambino accetta con difficoltà i lunghi
tempi della crescita.
Alcuni bonsai erano stati da me creati con materiale
raccolto proprio in quel giardino:
avevo un bellissimo fico che era il risultato
di una radice contorta che spuntava da un muro
vicino alla piscina, un boschetto di aceri che
era formato da piantine del sottobosco, un piccolo
tasso, un bosso avanzo delle siepi, tanti altri
invece comprati in qualche spedizione negli allora
rari centri bonsai.
Queste piante ricreavano nei miei davanzali lo
spirito che aleggiava in quel giardino che mi
facevano sopportare meglio la vita nel cemento.
Successivamente ho frequentato spesso il Lago
di Como, che non conoscevo assolutamente, riscoprendone
la bellezza. Sul lago, in passato, era facile
trovare comunità di stranieri, soprattutto
inglesi, che, come è noto, dove arrivano
portano con se le loro tradizioni. Con gli Inglesi
infatti era arrivato anche l’amore per le
begonie che, oltre a dare dei fiori bellissimi,
incantano per la bellezza e la varietà
delle loro foglie.
Nel tempo questa tradizione fu mantenuta nelle
serre delle ville nella zona di Menaggio. Sono
conosciute quelle del nostro presidente Ignazio
Vigoni che furono curate dalla famiglia Peroggi,
stirpe di giardinieri.
Io me ne innamorai subito e piano piano, negli
anni, presi dimestichezza con queste piante e
cercai di collezionare sempre più varietà.
Ormai la mia passione mi coinvolge fino la punto
di cercarle quando mi capita di viaggiare e di
cercare anche le stampe di queste piante, ma non
per il puro spirito di poterle enumerare ma unicamente
perché il loro fascino, lo sento anche
nelle loro raffigurazioni.
Si ha notizia delle begonie fin dal 1690 quando
lo studioso monaco francescano Charles Plumier
(1646-1704) ne scoprì diverse specie nelle
Indie Occidentali, e diede al genere il nome del
suo magnate e compagno di viaggio: il botanico
Michel Bégon (1638-1701), Governatore francese
di Santo Domingo.
Questo nome fu pubblicato per la prima volta dal
botanico francese Pitton de Tournefort nel suo
Institutiones Rei Herbariae.
Si susseguirono quindi diverse scoperte, la begonia
Macrophylla fu addirittura importata in GranBretagna
dal Capitano William Bligh nelle stive del Bounty.
Le begonie vengono universalmente divise in tre
diversi gruppi:
a radici fascicolate, rizomatose e tuberose
Io ho iniziato con le rizomatose, mi sono piaciute
per la composizione delle loro foglie, per la
loro consistenza e per la colorazione. Poi ho
iniziato a coltivare anche con le tuberose per
la bellezza e la maestosità dei fiori.
Questo tipo di piante necessitano di poche cure.
Possono essere tenute in serra fredda avendo l’accortezza
di non far scendere la temperatura sotto i 10
gradi (15 per alcune specie). Se la serra è
riscaldata ancora meglio, le piante continueranno
il loro sviluppo anche nei mesi invernali.
Innanzittutto bisogna curare un buon invaso, io
non uso composte come descritte sui manuali, inizio
con terra ricca (prodotta con le foglie) e, a
seconda delle necessità, la unisco con
sabbia o sfagno, alla base del vaso faccio sempre
uno strato di materiale più grande per
il drenaggio delle acque (argilla o cocci).
Concime non ne uso e per dare nutrimento alle
piante cambio la terra direttamente.
Non necessitano molta luce, anzi prediligono quella
soffusa o addirittura l’ombra e gli ambienti
umidi.
Bisogna prestare molta attenzione alla ventilazione,
l’umidità stagna infatti favorisce
la formazione di macchie di muffa sulle foglie
(botrite e oidio) che portano alla perdita delle
foglie. Alcuni consigliano una disifenstazione
preventiva con funghicida, io lo uso quando mi
accorgo che inizia ad attaccare, al massimo perdo
qualche foglia di alcune piante.
Le tuberose dovranno essere seguite come un bonsai
nel periodo della vegetazione, se si vuole ottenere
un fiore grande è necessario asportare
i germogli quando spuntano e lasciarne solo due,
così solo questi due fiori riceveranno
tutte le energie dalla pianta.
Dopo la fioritura è necessario lasciare
seccare le piante, e in seguito pulire i tuberi
e riporli per un inverno di riposo.
In genere io bagno molto le piante, avendo creato
un buon drenaggio non si rischia di creare marciume,
bisogna avere l’accortezza di non rovesciare
l’acqua sulle foglie in quanto anche il
poco sole filtrato dalle gocce potrebbe poi danneggiarle.
Si consiglia di non bagnare il rizoma.
La propagazione delle begonie è molto semplice,
oltre che da seme, è possibile far nascere
delle piantine dalle foglie facendo dei taglietti
sulle venature ed appoggiandole su del terriccio
mantenuto umido.
Altro metodo di propagazione è la separazione,
del tubero o del rizoma. Dal tubero si staccano
le propaggini nuove, invece il rizoma può
essere diviso in porzioni, ognuna con una foglia,
e piantato come una talea. Anche da semplise talea
si possono ottenere ottimi risultati.
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